Oggi l’agricoltura è sempre più globalizzata, sempre più monopolizzata da multinazionali produttrici di semi e di prodotti chimici. Nel XX secolo iniziò la rivoluzione verde, il cambiamento epocale dell’agricoltura con l’introduzione dei concimi chimici, dei pesticidi e delle grandi monocolture industrializzate. Si credeva che le nuove tecniche avrebbero sfamato il mondo, aumentando di gran lunga la produzione. Non fu così. Tutto ciò che si ottenne fu l’impoverimento dei terreni, l’aumento delle infestazioni e degli attacchi parassitari, l’aumento spropositato dei costi e dell’inquinamento.
Oggi ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione, in atto ormai da quasi due decenni ma sempre più importante e dannosa: la rivoluzione genetica, basata sull’introduzione di organismi geneticamente modificati che avvantaggiano solo chi ne detiene il brevetto.
Di questo parla il libro “Campi di battaglia” di Vandana Shiva, fisica ed economista indiana. L’autrice analizza le
problematiche dell’agricoltura mondiale da più punti di vista. Prima di tutto analizza i rischi e l’impatto profondamente negativo degli OGM sia sull’ambiente sia sull’economia locale denunciando il comportamento assurdo e delinquenziale delle multinazionali produttrici di queste sementi, sia dei governi che le favoriscono. Non mi dilungherò sul tema rimandandovi ad un altro post che ho scritto tempo fa dal titolo “La Chiesa appoggia la patata”.
Mi voglio invece soffermare su quello che può essere considerato il tema centrale del libro, il filo rosso che collega tutti i diversi argomenti: la conservazione della biodiversità. Uno dei più gravi danni fatti dalla rivoluzione verde è la diminuzione drastica di biodiversità nelle colture. Se infatti si coltiva e si commercia su larga scala diviene necessario standardizzare il prodotto e uniformarlo il più possibile. Per questo si
sono perse una serie di varietà tradizionali, adatte al territorio dove venivano coltivate, per sostituirle con varietà “moderne”, globali, di qualità inferiore ma vendibili su larga scala. Tali varietà però hanno provocato dei contraccolpi notevoli. Esse infatti sono solitamente selezionate per adattarsi a un’agricoltura di stampo moderno, industriale e necessitano di un grandissimo apporto di input esterni come l’irrigazione artificiale e la concimazione chimica oltre all’uso di pesticidi, necessari all’ottenimento di un prodotto standard. Ne segue un aumento sconsiderato dei costi che non corrisponde a un aumento di produzione. Anche se le multinazionali continuano a sostenere che le varietà selezionate in laboratorio sono più produttive la realtà dice altro. Bisogna infatti considerare diversi fattori. Prima di tutto l’aumento dei costi e secondariamente la diversità dei prodotti. L’agricoltura moderna infatti genera un grande scarto poiché considera le piante come produttrici di un singolo prodotto. Il grano ad esempio produce i chicchi mentre la paglia è scarto. Nell’agricoltura tradizionale la paglia è invece un prodotto utile, usato per l’edilizia, per l’allevamento del bestiame, per arricchire il terreno di humus. L’agricoltura tradizionale che unisce diverse produzioni sia vegetali
che animali crea un ciclo dove lo scarto di una produzione diventa materia prima dell’altra. L’agricoltura industriale rompe questo ciclo generando spese di smaltimento e costi ambientali. Le varietà nane di grano, selezionate nell’ottica della riduzione dello scarto, generano di fatto fame nelle agricolture del terzo mondo poiché producono meno paglia e quindi povertà di risorse per l’allevamento del bestiame.
Grazie alla biodiversità l’uomo è riuscito a sopravvivere fino ad ora. L’economia di mercato sta distruggendo la biodiversità e di fatto impoverendo la terra, unica nostra fonte di cibo. Non possiamo, noi cittadini occidentali, sentirci esenti da questo discorso e chiudere gli occhi davanti ai costi che il terzo mondo paga per la nostra ricchezza. Non si tratta solo di una questione morale ma anche utilitaristica. L’economia degli ultimi anni ha chiaramente mostrato tutte le crepe del sistema di mercato. O cambiamo visione e paradigma economico oppure presto anche noi conosceremo la fame.
È dimostrato che l’agricoltura biologica, basata sulla coltivazione di più specie insieme e su metodi naturali di contenimento dei parassiti e delle infestanti, è più redditizia di quella industriale e non impoverisce il terreno ma ne mantiene la fertilità. L’uso di prodotti chimici distrugge la fertilità del suolo diminuendo la presenza di sostanza organica e uccidendo vermi e batteri utili. Anche i predatori naturali dei parassiti vengono uccisi indiscriminatamente dai pesticidi rendendo gli attacchi parassitari sempre più virulenti e forti. Dopo quasi un secolo di utilizzo della chimica sarebbe forse ora di dichiararne il palese fallimento.
Molto interessante è anche il discorso sul sistema dei brevetti e sulla pirateria biologica in atto. Le multinazionali brevettano piante da sempre coltivate dai popoli del terzo mondo e costringono questi popoli a pagare dei diritti sul brevetto di fatto attuando un furto. Svilupperò questo tema in futuro. Per ora mi fermo qui.
1 Commento/i
Commenti RSS TrackBack Identifier URI

[...] della terra in atto. Vi consiglio inoltre di leggere un testo che ho recensito tempo fa: “Campi di battaglia” di Vandana Shiva, scienziata, economista e politica indiana, che nel suo libro analizza i [...]