Il rogo dell’arte.

il rogo di Casoria.

Privilegi, potere e soprattutto soldi. Queste sono le uniche cose che interessino la nostra politica. Purtroppo la cultura, e l’arte visiva in particolare, non garantisce nulla di tutto ciò. Tremonti diceva che la cultura non si mangia ma forse avrebbe dovuto dire che non mangiare chi sta al potere. Come può uno stato ignorare il proprio patrimonio culturale e artistico? Come può uno stato civile lasciar andare in rovina patrimoni inestimabili che potrebbero generare anche lavoro e occupazione come Pompei o la galleria di Brera? Eppure l’Italia lo fa. Invece di investire nella cultura, l’unico modo forse per creare innovazione civile e sociale e far uscire il paese dallo stato pietoso d’impasse in cui si trova ormai da due decenni, lo stato fa altro: garantisce privilegi, finanzia i partiti, ruba al popolo, si fa corrompere, aumenta le diseguaglianze sociali e erode diritti e democrazia.

A Casoria, un comune campano tristemente famoso per questioni di camorra, c’è un importante museo: il CAM (Contemporary Art Museum) che si è distinto per la sua collezione di opere di arte contemporanea e per il suo impegno culturale, sociale e civile in un territorio tanto problematico. La direzione del museo ha anche avuto minacce dalla camorra proprio per la diffusione di idee e cultura contro la criminalità. Il museo però si trova in grave crisi per i taglia effettuati ai finanziamenti e sarà probabilmente costretto a chiudere. Laddove la camorra ha fallito, lo stato sta riuscendo. E poi diciamo che non è efficiente!

Da tempo il museo chiede un dialogo con le istituzioni e in particolare col ministero per risolvere la questione e cercare di ottenere qualche soldo, anche in virtù del valore aggiunto a livello civile del museo stesso inserito in quel contesto non certo facile. Ma se non sei un banchiere è difficile che a Roma ti ascoltino. Anzi, forse il problema della cultura è proprio il valore aggiunto che porta, il fatto cioè che crei idee e sviluppi quel senso critico che alla politica non è mai piaciuto. E così, ormai alla disperazione il direttore, Antonio Manfredi, ha deciso di cominciare una protesta forte e d’impatto: brucerà in piazza un’opera del museo al giorno. Ieri alle 18.00 è stata bruciata la prima. Fino all’ultimo il direttore ha atteso una chiamata dal ministro della cultura, chiamata che non è arrivata. E così il quadro è andato in fumo, letteralmente, col beneplacito dell’artista che lo aveva realizzato che era in collegamento tramite skipe. A questo siamo giunti. Siamo in un paese dove per avere ascolto, perché questo chiedono i dirigenti del museo di Casoria, bisogna fare gesti forti come bruciare le opere d’arte in piazza. Ci chiediamo quanta altra cultura dovrà essere data alle fiamme prima che il governicchio degli arrogantelli si degni di alzare il telefono. Dopo il crollo della caserma di Pompei, l’infiltrazione d’acqua a Brera che ha quasi distrutto un Raffaello e i roghi di Casoria cosa possiamo aspettarci? Che abbattano il Colosseo per fare villette? Non me ne stupirei.

Si parla tanto dell’immagine che Monti darebbe all’Italia a livello internazionale. Ma siamo davvero sicuri che sia così bella? A me sembra che dia l’immagine di un paese di servi pronti a scattare davanti a ogni pretesa del banchiere di turno o del governo estero più potente. Mi sembra che dia l’immagine di un maggiordomo pronto a chinarsi davanti alla prima Merkel che passa. Mi sembra che dia l’immagine di un paese di arraffoni sempre pronti a rubare tutto il possibile e a distruggere tutto in nome del profitto immediato e bieco, senza idee, senza progettualità, senza futuro. Quale immagine dà all’estero un governo che porta un museo alla disperazione e lascia che le opere d’arte brucino quando basterebbe una telefonata a fermare tutto? Dà un’immagine che non mi piace e che sono stufo di vedermi associata ogni volta che parlo con uno straniero. Se questa è l’Italia non voglio più essere italiano.

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